Business portrait, il “ritratto aziendale”

Il business portrait, cioè il ritratto di imprenditori, manager, professionisti e loro collaboratori, è un genere fotografico nel quale mi cimento a Roma, Milano e ovunque abbia altre occasioni. In questo post non dispenso molti consigli di tecnica fotografica in senso stretto, sui quali vi è la più ampia letteratura. Condivido qualche considerazione di altra natura. La prima riguarda il constatare che in Italia si scrive poco sul business portrait in quanto tale. Questa locuzione nella nostra lingua non ha neppure una traduzione esatta. Quella che più si avvicina è ritratto aziendale. Forse siamo in un Paese troppo statalista…

Immagini realizzate per: studio legale Martinez & Partners (Milano); studio odontoiatrico Dott. Giuseppe Marano (Roma); Dottoressa Witten Rialti (Londra); Joseph Pace (Roma e Rio de Janeiro); Palestra Beach Gym (Roma); Zenzero BioRestaurant (Roma).

Nello spiegare il mio approccio al business portrait devo riconoscere che ho un particolare interesse in questo genere di fotografia perché punto di intersezione tra le mie esperienze professionali. Infatti mi sono occupato per oltre un quindicennio di consulenza direzionale, con imprese di ogni settore e dimensione. In tali contesti sono stato a contatto con persone, animate da scopi eterogenei, variamente dotate di visione, coraggio, ispirazione, forza, accomunate dalla determinazione di trasformare i propri progetti in realtà. Sono loro gli animal spirits, gli hungry and foolish che muovono l’economia e la società, dentro e fuori dalle regole, soprattutto quando sviluppano e perfezionano modelli di business originali (spesso ignorando l’esistenza di Alex Osterwalder).

Il mio ritratto aziendale nasce ben prima dello scatto perché ha bisogno di più ingredienti:

a)      spontaneità. Occorre lavorare di psicologia perché c’è il rischio di incontrare chi, non abituato a stare in posa, reagisce con timidezza, fastidio o altre emozioni negative. Non è quel che voglio catturare nei miei scatti! L’imprenditore o il manager ha, di solito, poco tempo da dedicare al fotografo che percepisce come un estraneo cui è difficile concedersi con naturalezza. Io supero (o attenuo) queste difficoltà chiedendo un incontro preliminare con chi devo immortalare, per visitare gli ambienti dove ritrarlo e, soprattutto, per fargli vedere dei lavori precedenti (miei e non) cui fare riferimento per le pose, le situazioni, l’illuminazione.  Un altro trucco è coinvolgere, nel momento dello scatto, altre persone che sul piano emotivo sono vicine al soggetto da ritrarre. Portare sul set sorrisi contagiosi, emozioni positive….

b)      unicità e stereotipo. Della persona ritratta ricerco l’unicità, il tratto distintivo. Ma, soprattutto se il fine ultimo degli scatti è di comunicazione aziendale, nella immagine posso incorporare degli stereotipi per rendere immediatamente riconoscibile il ruolo del soggetto nella rappresentazione. Questo è possibile attraverso (uno o più) elementi come un capo d’abbigliamento (il cappello da chef), un attrezzo professionale (lo stetoscopio), un’ambientazione (il tribunale). Quel che cerco è una precisa associazione di idee perchè la fotografia ha (oppure è) un alfabeto della programmazione neuro linguistica (PNL)…. Credo che l’abilità del fotografo sia nel trovare il giusto punto di equilibrio tra unicità del soggetto e messaggio codificato, tra originalità e ovvietà. Per approdarvi, appena mi è conferito un incarico avvio un’approfondita ricerca iconografica, uno studio sull’immagine in senso molto ampio (in fotografia, pittura, letteratura, ecc.) alla ricerca degli elementi grafici e compositivi (pose, gesti, attributi dei personaggi rappresentati) cui sono associati significati, derivazioni, persistenze di significato. Tali riferimenti sono il punto di partenza per stabilire concept e impianto compositivo del servizio fotografico che comprende, accanto alle immagini più articolate, anche fotografie apparentemente banali ma d’uso frequente (come i primi piani e i mezzobusti in campo neutro). Spendo più tempo in questa attività preparatoria che ad allestire il set e  realizzare lo scatto;

c)       relazione emotiva.  Nella costruzione dell’immagine spontanea, può sorgere la necessità di stabilire una relazione diretta tra il committente immortalato e il destinatario della  sua comunicazione. Quand’è così, inserisco in portfolio immagini di interazione sia tra due o più persone (banalmente a fuoco), sia contrapponendo al protagonista un alter ego dell’osservatore (di solito un soggetto accennato e fuori fuoco). Preliminare a tutto questo, è, ovviamente, la scelta del messaggio emotivo da veicolare. Devo ben comprendere come il cliente intenda proporsi al suo target commerciale e anche questo è oggetto del confronto di cui ho detto sopra. Per esempio un avvocato divorzista può voler dare di sé un’immagine aggressiva, perché la maggior parte dei suoi clienti vuole vendetta. Oppure molto equilibrata, serafica, perché preferisce gli accordi stragiudiziali al contenzioso. Bisogna avere le idee chiarissime sul messaggio da veicolare, perché uno scatto che si limita a riprodurre la realtà può risultare fotografia debole. La fotografia forte, capace di captare l’attenzione, è solo quella che trasmette emozioni;

d)      perfezione tecnica. Non è facile ottenerla. Il suo limite é nel budget e nel tempo a disposizione per gli scatti… ma è ciò cui tendere; a patto di mettere la tecnica al servizio del contenuto. Occorre usare al meglio gli spazi e le fonti di illuminazione disponibili. Un consiglio banale, sempre valido, è predisporre il set togliendo gli oggetti disturbanti (per esempio superfici di vetro che possono riflettere i flash). Per parte mia, prediligo l’utilizzo di flash professionali con softbox e comando a distanza, i più indicati per una luce morbida, omogenea, che attenui le rughe. In ogni caso, come sempre in fotografia, l’illuminazione va posta al servizio del concept e della modalità espressiva, non il contrario. Lo stesso ragionamento vale per la postproduzione. Di norma propongo al cliente alcune “bozze” (come quelle riportate più in basso in questa pagina) perché decida la “finitura” delle immagini all’interno di una “formula 2+2”. La prima coppia di alternative è data dalla finitura glamour e da quella sharp. La prima consiste in una leggera sfocatura che ammorbidisce l’immagine (soft focus), perdendo di dettaglio, con la conseguenza che, nel ritratto, si attenuano alcune imperfezioni cutanee. La seconda produce esattamente l’effetto contrario, enfatizzando dettagli che danno carattere, come le rughe d’espressione. Statisticamente piace meno ai clienti! La seconda coppia di alternative è, semplicemente, quella tra colore e bianco e nero. Quest’ultimo di solito è una garanzia di eleganza e ha il pregio di accentuare l’attenzione sulla persona (il colore può essere distraente). Non c’è, ovviamente, una finitura ottimale valida per tutte le fotografie, dipende di caso in caso (anche dall’uso che se ne farà), tuttavia è bene fare una scelta che assicuri coerenza al servizio nel suo insieme. Un esempio di questo approccio è qui in basso. Si tratta di una serie -in bozza- per il sito web di una piccola palestra (sul mare, in una grande città) il cui modello di business punta sulle relazioni interpersonali, in contrapposizione al modello di palestra intensiva nella quale molti (o almeno io) provano la sgradevole sensazione di sentirsi “polli da batteria”. Ecco quindi delle foto nelle quali il team degli istruttori si propone nella  dimensione ultraginnica.

Salvo.

Beach Gym Team

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